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  • FLAT TAX? NO GRAZIE

    Autore: Acciaio

    La flat tax (tassa piatta) è un sistema fiscale non progressivo al netto di possibili deduzioni/detrazioni fiscali.

    In poche e semplici parole consiste nel far pagare a tutti la stessa aliquota fiscale, indipendentemente dal reddito.

    La flat tax è diventata famosa grazie soprattutto al centrodestra; nel 1994 con Berlusconi (promessa mai mantenuta), poi nelle ultime elezioni con il trio Salvini-Berlusconi-Meloni.

    Cosa pensiamo noi della flat tax?

    Secondo noi è una tassa scorretta, inconcepibile e senza logica, che giova particolarmente ai ricchi; La flat tax aumenterebbe e diseguaglianze sociali!

    Esempio:

    Con una flat tax al 20% senza deduzioni:

    • un operaio che prende 30mila € all’anno lordi pagherebbe 6000 euro
    • un manager che prende 200mila € all’anno lordi pagherebbe 40mila €

    All’operaio resterebbero 24mila €, al manager 160mila €…..

    Sarebbe stato meglio tassare al 10% l’operaio, e al 50% il manager (per esempio).

    Nel sistema di tassazione progressivo da me indicato, all’operaio sarebbero restati 27mila €, mentre al manager 100mila €.

    Noi di Lavoro e libertà siamo per la progressività del sistema fiscale e per l’annullamento di qualsiasi imposta/tassa che non tenga conto del reddito delle persone.

    W I LAVORATORI!

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  • L’ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA

    Autore: Acciaio

    In un mio precedente articolo accennai al fenomeno dell’esercito industriale di riserva (https://www.lavoroeliberta.it/2020/04/21/disoccupazione-ecco-perche-non-scomparira-mai-nel-sistema-capitalista/); quest’oggi proverò a spiegarlo brevemente.

    Seguendo questo sito, oramai saprete benissimo 2 cose:

    1. Il lavoro lo detiene il lavoratore; il padrone possiede i mezzi di produzione e “offre” il posto di lavoro.
    2. Nella società capitalista il lavoro viene considerato al pari di una merce.

    Che caratteristica ha una merce?

    Più una merce è quantitativamente carente, più la si paga; più la merce è presente in maniera massiccia, meno la si paga.

    Se fossimo tutti occupati i nostri stipendi sarebbero altissimi; con una disoccupazione alle stelle succede l’esatto opposto.

    L’esercito industriale di riserva è in sostanza la massa di disoccupati che viene utilizzata dal sistema capitalista per abbassare i salari dei lavoratori.

    Il lavoratore, pur di lavorare, accetta di perdere diritti poiché sa benissimo che ci sono molti disoccupati che farebbero il suo stesso lavoro per meno.

    La disoccupazione non scomparirà mai nel sistema capitalista proprio per questo motivo.

    Qualsiasi proposta economica che i partiti capitalisti vi offrono è fuffa, l’unica soluzione per abbattere definitivamente la disoccupazione è il socialismo.

    W I LAVORATORI!

    Fonte dei concetti: “Il capitale” di Karl Marx

  • IL FALSO MITO DELLA FLESSIBILITÀ

    Autore: Acciaio

    Negli ultimi anni l’informazione ha cercato di inculcare nelle menti delle persone il mito del precariato.

    PERCHÉ?

    Il motivo è semplice:

    Il lavoro nel mondo capitalista viene considerato al pari di una merce (Marx docet); le merci e i macchinari hanno la caratteristica di non venire utilizzati quando non servono.

    Il lavoro precario si basa su questo principio: finché il lavoratore serve è benvenuto, quando termina la sua funzione viene cacciato.

    Il capitalismo non calcola una cosa: LE PERSONE NON SONO OGGETTI!

    Una persona ha perennemente bisogni, diritti ed aspirazioni che non possono essere spente ed accese secondo i bisogni del capitale.

    Questa visione estremamente traballante si ripercuote sulla vita dei lavoratori; essi non possono crearsi una famiglia, avere la casa di proprietà e creare piani futuri a lungo termine.

    Il capitalismo punta ad avere milioni di lavoratori precari e milioni di disoccupati che “premono” sui lavoratori per far calare i salari (fenomeno dell’esercito industriale di riserva).

    Oltre a ciò, in un mondo cosi liquido vengono favoriti i processi di delocalizzazione delle aziende e l’emigrazione/immigrazione di massa.

    Tutto si muove in direzione del capitale.

    CHI TRAE GIOVAMENTO DA QUESTA SITUAZIONE?

    La grande finanza e i padroni delle aziende medio-grandi.

    Noi di Lavoro e libertà siamo ovviamente contro il precariato; riteniamo il lavoro fisso, la casa di proprietà e l’avere una vita dignitosa, diritti inalienabili dell’essere umano.

    Nella società che intendiamo noi non esiste il precariato e ogni lavoratore ha la stabilità economica per poter realizzare i propri sogni.

    W I LAVORATORI

  • 8xMILLE: LO STRANO CALCOLO CHE DOVRESTE CONOSCERE…

    Autore: Acciaio

    L’8×1000 è lo strumento principale su cui si basa il finanziamento delle confessioni religiose.

    Quando fate la dichiarazione dei redditi, vi viene chiesto se lasciare lo 0,8% del vostro Irpef allo Stato oppure ad una confessione religiosa.

    Esiste anche una terza opzione, ed è qui che ci concentreremo: LA SCELTA INESPRESSA.

    Come funziona il tutto?

    La distribuzione dell’8×1000 è molto simile ad un sondaggio: i soldi vengono prima raccolti, e poi redistribuiti in base alla scelte espresse dalla popolazione.

    COSA SUCCEDE SE UNA PERSONA NON SCEGLIE A CHI DESTINARE L’8X1000?

    I suoi soldi vengono distribuiti in base alle scelte di chi ha espresso una preferenza!

    Per farvi capire:

    Nella ripartizione del 2019, il 57% delle persone non ha espresso preferenza.

    Gli italiani che hanno espresso la preferenza verso la Chiesa Cattolica sono il 34% del totale.

    VI ASPETTERETE CHE LA CHIESA ABBIA PRESO IL 34% DEL TOTALE…INVECE NO!

    HA PRESO CIRCA L’80% TOTALE DEL GETTITO!

    PERCHÉ?

    Perché l’80% di chi ha espresso una preferenza, l’ha data alla Chiesa!

    QUANDO NON ESPRIMETE UNA PREFERENZA, STATE DANDO LA MAGGIOR PARTE DEI VOSTRI SOLDI DELL’8X1000 ALLE CONFESSIONI RELIGIOSE (IN PARTICOLARE ALLA CHIESA)!

    Nel 2019 lo Stato ha preso solo il 14% dell’intero gettito a fronte del 6% delle preferenze totali.

    OGNI EURO CHE DATE ALLE CONFESSIONI RELIGIOSE È UN EURO IN MENO CHE PUÒ ESSERE SPESO IN SANITÀ, SCUOLE, TRASPORTI ECC…

    IL MIO CONSIGLIO È QUELLO DI ESPRIMERE COME PREFERENZA LO STATO!

    W I LAVORATORI!

    FONTI: https://www.uaar.it/laicita/otto-per-mille/

  • Ricambiamo l’aiuto del popolo cubano

    Firmiamo per aiutare il popolo cubano,
    che con il suo internazionalismo ci ha aiutati.

    Medici ed infermieri provenienti da Cuba stanno lasciando l’Italia,
    dopo un grande contributo nel nostro momento più grave dopo la guerra, nel silenzio totale di media, stampa e politica.

    Io credo sia giunto il momento storico,
    che uno Stato europeo, il nostro in questo caso,
    prenda una forte posizione contro l’embargo degli USA,
    che da anni mette in gravi difficoltà la loro isola
    e che lo ha fatto persino con i respiratori di cui loro necessitavano in un momento di estrema emergenza.

    https://www.change.org/p/presidenza-del-consiglio-dei-ministri-governo-italiano-il-governo-intervenga-contro-l-embargo-usa-a-cuba?recruiter=52288556&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_petition&utm_term=share_petition&recruited_by_id=e9863ca0-ada2-0130-ab1d-38ac6f16d25f

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  • L’IVA? UN’IMPOSTA INIQUA!

    Autore: Acciaio

    L’IVA (imposta sul valore aggiunto) è un’imposta che si applica sul valore aggiunto di ogni fase della produzione e dello scambio di beni e servizi.

    È un’imposta nata per colpire i consumi.

    L’aliquota ordinaria è del 22%, mentre esistono altre 2 aliquote: 10% (principalmente nel settore turistico) e 4% (beni di primaria necessità).

    Facendo un esempio molto esemplificativo per chi non si intende molto di economia:

    Una bicicletta costa 100€, con l’IVA al 22% la pagate 122€.

    PERCHÉ SECONDO NOI DI LAVORO E LIBERTÀ QUESTA TASSA È INGIUSTA?

    Secondo noi è ingiusta perché colpisce i cittadini nella stessa maniera indipendentemente dal reddito!

    Per esempio: il pacco di pasta lo compra l’operaio, il precario della scuola, il pensionato, il disoccupato; ma anche il grosso imprenditore, il manager, l’ereditiere, il banchiere ecc….

    Partendo dal presupposto che nel nostro modo di vedere la società il sistema di tassazione sarebbe estremamente diverso rispetto a quello del mondo capitalista, riteniamo che in questa società:

    VADA ABOLITA L’IVA E SOSTITUITA CON UN’ IMPOSTA PROGRESSIVA SUL REDDITO che colpisca in maniera maggiore i ricchi, e salvaguardi le classi meno abbienti.

    W I LAVORATORI!

  • ISTRUZIONE GRATUITA ED APERTA A TUTTI!

    Autore: Acciaio

    In quest’epoca storica le rette universitarie continuano ad aumentare vertiginosamente; le famiglie e gli studenti sono costretti a compiere innumerevoli sacrifici economici.

    Si parla tanto di progresso e di società che avanza, ma a noi sembra l’esatto opposto.

    L’istruzione deve essere pubblica e gratuita!

    Noi di Lavoro e libertà affermiamo che l’accesso universitario deve essere completamente gratuito e che lo Stato debba anche farsi carico dei costi ad esso collegati.

    Oltre a ciò che abbiamo affermato poc’anzi, riteniamo anche che lo Stato debba elargire un reddito ad ogni studente (in base al suo rendimento); sia per invogliarlo a studiare, sia (soprattutto) per agevolare economicamente le famiglie.

    L’ISTRUZIONE NON DEVE ESSERE UN PESO ECONOMICO PER LE FAMIGLIE!

    In una società capitalista dove tutto è votato al profitto, ciò non sarebbe possibile; ma in una nuova società basata sulla collettivizzazione e nazionalizzazione dell’economia ovviamente si.

    La vera ricchezza non sta nel possedere l’ultimo modello di cellulare o nell’avere le scarpe firmate, la vera ricchezza del popolo sta nella cultura e nell’istruzione!

    Prevedo una vostra legittima obiezione:

    Ma sarà gratuita anche per i milionari?

    Nella nostra società non esisteranno milionari poiché la ricchezza verrà redistribuita!

    Ricordatevi:

    IL CAPITALISMO VI DÀ IL SUPERFLUO, IL SOCIALISMO IL NECESSARIO.

    W I LAVORATORI!

    W GLI STUDENTI!

  • La teoria della decrescita: come mai non se ne parla?

    Serge Latouche. Un nome che probabilmente dice poco o niente alla maggioranza degli italiani, cosa che si comprende perfettamente, dal momento che il dibattito politico-sociologico (ora come ora totalmente occupato dalla pandemia), non ha mai prestato particolare attenzione a questo autore francese. Eppure mai come in questo momento la teoria della decrescita acquista rilevanza nel panorama economico mondiale, avvilito e osteggiato da un nemico invisibile che ha messo in ginocchio la civiltà moderna. Nel 2007 esce “breve trattato sulla decrescita serena”, un manifesto del più vasto movimento che da molti anni insiste su una rivalutazione del sistema economico e sociale nel quale siamo immersi, un sistema basato sulla crescita costante e incontrollata, possibile solo grazie ad un consumismo sfrenato che non conosce limite. Latouche, e insieme a lui, numerosi intellettuali, tra cui in Italia, Pallante, critica, attraverso argomentazioni teoriche e con un approccio empirico comprensivo di numerosi esempi, il concetto di sviluppo e le nozioni di razionalità ed efficacia economica. Queste infatti appartengono ad una visione del mondo che mette al primo posto il fattore economico; per Latouche invece si tratta di “far uscire il martello economico dalla testa”, cioè di decolonizzare l’immaginario occidentale, che è stato colonizzato dalla visione dominante neo-liberista. Perché, si chiede Latouche, l’uomo occidentale medio possiede decine e decine di paia di scarpe, quando ne basterebbe 2 o 3 paia di buona fattura? Perché sostituiamo oggetti di uso comune ogni pochi anni, perché anziché riparare, ricompriamo? Per soddisfare la produzione perenne, che richiede proprio questo, un Homo oeconomicus che continui a consumare, consumare e consumare, ingannato dalla pubblicità sfrenata, da scale valoriali rovesciate e da un concetto di “reputazione” oramai totalmente sbilanciato verso “cosa sì ha” piuttosto del “cosa si è”. Ecco perché le otto “R” della decrescita:

    Il Circolo delle otto R:

    1. Rivalutare
    2. Riconcettualizzare
    3. Ristrutturare
    4. Ridistribuire
    5. Rilocalizzare
    6. Ridurre
    7. Riusare
    8. Riciclare

    Otto azioni, che se seguite dalla società e da piani oculati dei governi permetterebbero di liberarci dalla tirannia del PIL, indice che considera solo mere crescite economiche, tralasciando clamorosamente numerose esternalità (inquinamento, felicità del cittadino, malattie da stress), che vengono considerate come non esistenti.

    Questo è solo un piccolo assaggio della teoria della decrescita, ma il dibattito in Europa, anziché sponsorizzarla, la ignora. Eppure ne avremmo davvero bisogno.

    Fonti: LATOUCHE “breve trattato sulla decrescita serena” PALLANTE “Sostenibilità Equità Solidarietà: Un manifesto politico e culturale”

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  • LA “TRUFFA” DEL LAVORO SALARIATO

    Autore: Acciaio

    Noi lavoratori dipendenti NON possediamo i mezzi di produzione (macchinari nelle fabbriche), ma possediamo il lavoro, che vendiamo al padrone, e riceviamo in cambio un salario DI VALORE INFERIORE RISPETTO AL NOSTRO LAVORO!

    IL GUADAGNO DELL’IMPRENDITORE SI BASA ESCLUSIVAMENTE SULLO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI!

    Facendo il conto della serva se noi prendessimo 1000 euro al mese netti, lordi sarebbero circa 2000/2100€…

    Bene…Se quantificassimo in denaro il nostro lavoro effettivo, la cifra sarebbe più alta del lordo che percepiamo!

    Questo plusvalore è il GUADAGNO DEL PADRONE!

    Lavoratori!

    Noi viviamo nella miseria e nell’indegnità per donare ad altri la ricchezza e la vita agiata… E pensano anche di essere migliori di noi…

    Noi di “Lavoro e libertà” esprimiamo un CATEGORICO NO allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e lotteremo fino alla morte affinché le aziende produttive medio-grandi, gli istituti bancari ed assicurativi e i servizi essenziali VENGANO ESPROPRIATI, NAZIONALIZZATI E DATI IN GESTIONE AI LAVORATORI!

    W I LAVORATORI!

  • MES SI

    di voyager

    A parte il titolo provocatorio, Noi di Lavoro e Libertà lo diciamo chiaramente: siamo contrari al MES.
    Non siamo contrari solo all’utilizzo.
    Per sgombrare ogni dubbio vi dicamo che andrebbe smantellato totalmente.

    Il MES è un arma di distruzione di massa.

    Di seguito, per sottolineare la riunione dell’Eurogruppo che si terrà oggi.
    Dove si dovrebbero decidere le sorti dell’Eurozona cosi come la conosciamo.
    Abbiamo deciso di spiegarvi chiaramente cosa e’ il MES, o almeno di cominciare a farlo.

    • Da chi e’ stata creata?
      Dai 17 paesi dell’Eurozona. Che sono i paesi Europei che hanno come moneta l’Euro.
      Si esatto, non tutti i paesi che fanno parte della Comunità Europea ad oggi adottano l’Euro.
    • Quando e’ stata creata?
      Il trattato che segna la nascita e’ Stato firmato nel febbraio 2011
    • Chi per l’Italia chi ha deciso di farne parte? E Quando?Successivamente alla firma , la ratifica parlamentare finale avvenne alla Camera dei Deputati il 19/7/2012 con 325 sì, 53 no e 36 astenuti (votazione n. 13, seduta n. 669 del 19/07/2012).
      Fonte: https://leg16.camera.it/410?idSeduta=0669&tipo=stenografico
    • Quando entro’ in vigore?
      Il MES fu operativo da ottobre 2012.
      Prima fu necessario aspettare il pronunciamento del 17esimo stato.
      La Germania.
      In particolare il pronunciamento della Corte Costituzionale tedesca ed in seguito a ciò’ ad una modifica del trattato ( non più oggetto di ratifica di nessun parlamento dei 17 paesi).
    • Come e’ fatta l’azienda MES?
      Come un’azienda.
      Il MES ha un consiglio di amministrazione, un presidente (direttore generale), dei dirigenti e personale stipendiato.
    • Che scopo ha?
      Prestare soldi a stati dell’eurozona sull’orlo del fallimento a salvaguardia dell’Eurozona e dell’Euro.
    • Con i soldi di chi opera MES?
      Con i soldi degli Stati firmatari.
    • Come vengono rese profittevoli le sue operazioni?
      Interessi, costi e ricarichi.
      Nel concedere un prestito, l’azienda applica un ricarico calcolando i costi operativi e di finanziamento sui quali aggiunge il suo margine di guadagno che non ha un tetto massimo poiché la legislazione europea non lo prevede.
    • Chi investe nel MES?
      Gli Stati più ricchi in Europa.
      I principali azionisti del MES sono la Germania, ed a seguire la Francia.
      L’Italia è il terzo azionista e detiene la quota del 18%.
      Germania, Francia e Italia insieme detengono più del 50% delle azioni.
    • Come vengono prese le decisioni?
      Come in una azienda, quindi sostanzialmente l’organo decisionale e’ composto da consiglieri espressione degli azionisti. Da ciò ne consegue che il voto, pesa maggiormente a secondo del quantitativo di azioni possedute.
    • Ma si tratta quindi di una comune Azienda?
      No. L’operato del MES, i suoi beni e patrimoni ovunque si trovino e chiunque li detenga, godono dell’immunità da ogni forma di processo giudiziario (art. 32).
      Nell’interesse del MES, tutti i membri del personale sono immuni a procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni e godono dell’inviolabilità nei confronti dei loro atti e documenti ufficiali (art. 35)
      Fonte : https://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_europeo_di_stabilità


    Ci sarebbero tante altre domande e tante altre risposte.
    Ma….per oggi. Sperando sempre in un futuro diverso per tutti i lavoratori, vi lasciamo cosi.

  • INVISIBILE PRIMA, INVISIBILE DOPO

    di Monica Marelli

    All’inizio furono parenti e conoscenti.
    Sui loro visi un sorrisetto incerto, dalla loro bocca usciva la solita frase: Ma lo fai per hobby, vero?

    Fare la giornalista freelance appariva ai loro occhi soltanto un piacevole passatempo. Forse non avevano tutti i torti:

    • non andavo in ufficio: il mio studio, il mio computer, quello che oggi fa tanto figo chiamare smartworking, noi freelance lo facevamo da anni.
    • non avevo un solo “capo” da sopportare: ne avevo tanti.
      Redattori ordinari, capiservizio, caporedattori, vice di qua, vice di là, direttore, super direttore…
      Tutta gente che poteva decidere la vita e la morte di una mia idea o di un mio articolo.
    • Non avevo un contratto: mandavo le proposte con scalette al giornale (settimanale o mensile…non ho mai lavorato per quotidiani) e se l’idea veniva giudicata buona, allora potevo scrivere l’articolo.
    • Non avevo uno stipendio: ero pagata a pezzo pubblicato.
    • Non avevo orario dalle 9 alle 17: lavoravo sempre, anche la domenica, anche nei giorni di festa perché erano gli anni Novanta e poi i favolosi Duemila, quando le edicole scoppiavano di testate e tutti si divertivano a leggere e noi eravamo pieni di lavoro. Ma non dovevo chiedere il permesso di andare dal dentista a nessuno.
    • Non avevo malattia pagata: lavoravo anche con la febbre perché dovevo consegnare il pezzo.
    • Non avevo ferie pagate, ovvio.
      Era in altre parole un lavoro fantasma.

    Siamo sempre stati invisibili noi freelance.
    E siamo sempre stati meno importanti di chiunque nella gerarchia delle casa editrice.
    Chi me lo faceva fare?
    La maledetta passione che tutto muove, smuove e costruisce cattedrali nei sogni.

    Passione per la divulgazione, per la scrittura, per contribuire in quantità minuscola al mondo dell’informazione.
    Era stimolante cercare gli spunti, cercare gli esperti da intervistare, approfondire, ragionare, capire.

    Anche se ero consapevole di non aver nessun diritto, nessuna copertura medica, niente. Nuda con le mie idee, mi verrebbe da dire.
    Poi un giorno è arrivata la crisi.
    Era il 2007, lo ricordo bene perché avevo appena pubblicato il mio secondo libro.

    Stava crollando tutto senza che nulla crollasse materialmente.
    Lentamente, molto lentamente stavo perdendo il lavoro.

    • Iniziarono a chiudere alcune testate, una ogni tanto, senza rumore.
    • Iniziarono a ridurre la filiazione delle tratte che resistevano perché la pubblicità migrava sul web
    • Iniziarono a non rispondere più dall’altra parte:
      chi lavorava nelle redazioni, al sicuro, cominciò a ignorare le nostre mail con le proposte.

    Noi freelance stavamo diventando inutili perché la direttiva arrivava dall’alto: gli editori hanno cominciato a chiedere alle redazioni di “usarci” con parsimonia.

    Basta collaboratori esterni, d’ora in poi i giornalisti assunti avrebbero scritto i pezzi.

    Perché bisognava tagliare i costi.
    Noi eravamo il costo.

    Non gli stipendi strabordanti di direttori e affini, non i costi esagerati della distribuzione o gli affitti dei palazzi lussuosi per le redazioni, non le migliaia di euro per portare una modella e tutto lo staff a New York, per fare foto in un una stanza buia che poteva essere la mia cantina.
    Eh no, il costo eravamo noi.

    Prima quella di via Rizzoli, poi l’altra grande casa editrice di Segrate, che una volta pubblicava cose bellissime, era una colonna portante della cultura in Italia, decide di disfarsi dei periodici cartacei.

    Tanto non li legge più nessuno. Tanto la gente sta sul web.
    Così con una bella svendita, ci si disfa delle palle al piede.


    Aiutati poi botta di fortuna: il coronavirus. Quale scusa migliore per chiudere, licenziare, sospendere le pubblicazioni di carta? Alcune testate escono ancora, alcune non usciranno più.


    Moltissimi giornalisti assunti sono in cassa integrazione, i giornalisti freelance muoiono in silenzio, qua fuori, senza nulla.


    Anche in punto di morte, rimaniamo invisibili, scarti da buttare, lavoratori di serie C.
    Ma quello che stiamo perdendo, non è grave agli occhi (ciechi) del sistema economico: la nostra capacità di acquisto è misera e trascurabile.


    Di noi ci si può tranquillamente infischiare: non abbiamo mai guadagnato abbastanza per fare girare l’economia in modo decente.


    Quello che dovrebbe seriamente preoccupare invece è che senza giornali cartacei stiamo andando dritti dritti verso l’incubo immaginato da George Orwell nel romanzo 1984.
    Vi ricordate che lavoro faceva il protagonista Winston Smith?
    Aveva il compito di controllare e revisionare ogni pagina di giornale per modificare la Storia e adattare i fatti al regime.


    Riuscite a immaginare quanto in realtà sarà facile modificare gli eventi o le notizie virtuali? Sta già accadendo una cosa simile: un notizia può non apparire più o apparire in fondo dopo tante pagine del motore di ricerca se qualcuno decide che quella notizia sia meglio sparisca o si perda nei meandri del web.


    Io perso il lavoro, non sono nessuno. Ma tutti noi stiamo perdendo qualcosa di molto, molto più importante.
    E per quanto mi riguarda, forse avevano ragione i miei parenti: doveva restare un hobby.

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  • DISOCCUPAZIONE ED AUTOMAZIONE INDUSTRIALE

    Autore: Acciaio

    L’automazione industriale è sicuramente un grande passo avanti dal punto di vista tecnologico, essa ha il grande merito di poter incrementare la velocità e la qualità della produzione delle merci.

    Esiste però un grandissimo lato negativo: LE MACCHINE SOSTITUIRANNO BUONA PARTE DEI LAVORATORI!

    Una macchina non ha reddito, non si ammala, non ha ferie, se la produzione si ferma viene spenta e molto spesso “lavora” meglio di un lavoratore.

    L’incremento di macchinari nelle industrie causerà un enorme numero di disoccupati nei prossimi anni!

    COSA SUCCEDERÀ?

    Dato che le ore totali si ridurranno sensibilmente, NEL MONDO CAPITALISTA, si dovrà optare per due strade:

    • Licenziare parte dei lavoratori
    • Ridurre le ore di lavoro giornaliere

    Analizziamo le due opzioni:

    Licenziando parte dei lavoratori avremo un enorme aumento della disoccupazione, più disoccupati ci sono, più i redditi dei lavoratori tendono a calare (fenomeno dell’esercito industriale di riserva, ne ho parlato in questo articolo: https://www.lavoroeliberta.it/2020/04/21/disoccupazione-ecco-perche-non-scomparira-mai-nel-sistema-capitalista/).

    Riducendo le ore di lavoro giornaliere non avremo un calo della disoccupazione, ma avremo un aumento del tasso di povertà poiché i redditi cadranno vertiginosamente (il padrone punta al profitto, non può pagare un dipendente per 8 ore se ne lavora, per esempio, 4)

    QUALE È LA SOLUZIONE?

    Noi di Lavoro e libertà riteniamo che tutte le aziende debbano essere espropriate, nazionalizzate e date in gestione ai lavoratori. Facendo così potremo garantire LA PIENA OCCUPAZIONE perché pur riducendo l’orario lavorativo, manterremmo i redditi soddisfacenti ad avere una vita dignitosa.

    IL PADRONE PENSA A LUCRARE, LO STATO NO!

    CON QUESTA NUOVA SOCIETÀ POTREMO LAVORARE TUTTI, LAVORARE MENO E VIVERE MEGLIO!

    W I LAVORATORI!

  • I DIRITTI DEI RIDERS

    Nel luglio del 2019, il politecnico di Milano ha pubblicato un rapporto sulla crescita del food delivery nel nostro Paese,
    segnalando un incremento del 56% del settore, con un fatturato di 566 milioni di euro.

    Un dato sicuramente destinato ad aumentare anche a causa dell’attuale pandemia che coinvolge il nostro paese,
    e che suggerisce a molte persone di ricorrere alla spesa a domicilio o, appunto, al food delivery .

    Matteo Sarzana, general manager di Deliveroo in Italia, tra i principali player del settore, in un’intervista del febbraio di quest’anno, poco prima dell’inizio della pandemia, affermava che “al ritmo di crescita attuale, il valore del settore nel 2020 sarà di 900 milioni e nel 2021 di 1,45 miliardi di euro”.

    Solo Deliveroo si avvale della collaborazione di circa 8500 riders, numero che a settembre 2018 ammontava a 4000, registrando quindi un aumento vertiginoso in soli due anni e mezzo.

    Le proporzioni del fenomeno sono dunque evidenti, così come le stime di crescita.

    Le condizioni lavorative di questi fattorini sono, come ormai è pacifico, ai limiti dello sfruttamento.

    Il problema è sorto con la sentenza Foodora, nel 2018, nella quale alcuni riders avevano citato in giudizio il gigante del food delivery, per ottenere lo status di lavoratori dipendenti, contratto al quale tuttora non possono accedere.

    La sentenza si risolse in una vergognosa negazione di quello che è il dato di fatto, e la corte dichiarò che i riders erano da considerarsi lavoratori autonomi, e il contratto tipo da applicare corrispondeva al co.co.co, contrattato a collaborazione coordinata e continuativa.

    Senza soffermarsi sulle questioni giuridiche, di fatto ciò che comporta questa classificazione riduce le tutele dei lavoratori che prestano servizio presso grandi compagnie come Foodora, Deliveroo, Just Eat e via dicendo, in modo decisivo.

    I riders non hanno infatti diritto all’assenza per malattia, alle ferie, sono pagati spesso a cottimo (per il numero di consegne che effettuano), e non con paga oraria, sono sottoposti a geo-localizzazione e devono subire un sistema di ranking, costituito dai voti degli utenti della piattaforma, che li penalizza o li valorizza in base alla loro velocità di consegna.
    Risultato?

    Diversi morti e feriti, che tentavano di viaggiare più veloci sulle loro biciclette per essere meglio valutati, e poter lavorare di più.

    Questi lavoratori sono considerati imprenditori dal sistema, e in quanto tali devono procurarsi la bicicletta per conto proprio, senza che venga fornita dall’azienda.


    Questa inaccettabile situazione è stata mitigata dalla corte d’appello di Torino, che nel 2019 ha decretato una terza figura di lavoratore autonomo,
    assimilato nelle tutele al lavoratore subordinato, o dipendente che dirsi voglia, una specie di via di mezzo tra autonomia e subordinazione.


    Il governo attuale ha quindi predisposto alcuni correttivi: un decreto nel novembre 2019 ha garantito alcune tutele minime:


    Aggiunge all’art. 2 comma 1 D. Lgs. 81/2015 (che stabilisce l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato a quelle collaborazioni continuative esclusivamente personali, le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro)
    un periodo il quale specifica che la norma si applica “anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme anche digitali”.

    La riforma sul punto sembra riprendere la soluzione sull’inquadramento dei ciclofattorini adottata dalla Corte di Appello di Torino nella vertenza
    Foodora, ma la norma non si rivolge ai soli rider, bensì a tutti i lavoratori autonomi il cui lavoro viene organizzato tramite piattaforme anche digitali.

    Ciò premesso, l’art. 47 bis stabilisce che il compenso di tali lavoratori potrà essere determinato anche (e dunque, non esclusivamente) tramite la contrattazione collettiva, la quale, in assenza di specificazioni,
    potrà essere anche di livello aziendale e che potrà definire “schemi retributivi modulari e incentivanti, tenendo conto delle modalità di esecuzione della prestazione e dei diversi modelli organizzativi”.

    Si stabiliscono due principi: il compenso, fissato individualmente o tramite contrattazione collettiva, potrà essere determinato in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente
    (e dunque, par di capire, non superiore al 50%) e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che per ciascuna ora lavorativa il lavoratore accetti almeno una chiamata.

    Trattasi di una regolamentazione molto ampia, che i lavoratori e i sindacati saranno chiamati a migliorare con l’attività di contrattazione.


    A sua volta, l’art. 47 ter garantirà a questi lavoratori la copertura assicurativa Inail, con l’obbligo per l’azienda che si avvale della piattaforma
    anche digitale di provvedere agli adempimenti previsti dalla relativa
    normativa antinfortunistica e al rispetto a propria cura e spese del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro (D. Lgs. n. 81/2008).

    Tale ultima previsione è parecchio incisiva, perché comporterà l’obbligo per le aziende di effettuare la valutazione dei rischi,
    di fornire ai lavoratori i dispositivi di protezione individuale, di informare e formare i lavoratori e sottoporli a sorveglianza sanitaria.

    Già da Novembre, le piattaforme devono garantire la fornitura ai propri riders degli ormai famosi DPI (Dispositivi di Protezione individuale).

    Parliamo di caschi per bici e moto, guanti, scarpe anti-infortunistiche eccetera, che le piattaforme non hanno mai messo a disposizione,
    ma che, paradossalmente, stanno vendendo attraverso i loro store.


    Come se non bastasse, il lockdown di questi mesi non ha fermato l’attività di Food-delivery, che anzi è considerata essenziale,
    e le aziende non hanno consegnato, nonostante alcuni tribunali le abbiano condannate a provvedere (Con decreto del 1° aprile 2020 il Tribunale di Firenze),
    le necessarie mascherine e gel igienizzanti, fondamentali per lavorare in sicurezza.

    In conclusione, e ancora di più in una giornata come quella di oggi, la festa dei lavoratori,
    è necessario ribadire ancora una volta che queste disuguaglianze vengano immediatamente corrette,
    che ai riders sia garantita una paga minima oraria, i diritti di base,
    e soprattutto la possibilità di lavorare in sicurezza, come ogni lavoratore di questo paese merita ed esige.

  • Buon Primo Maggio a tutti i Lavoratori

    Naturalmente non potevamo esimerci dall’auguravi buon Primo Maggio.
    Una data simbolo che dovrebbe unire…

    Con l’occasione vogliamo raccontarvi qualcosa che non molti conoscono.

    L’origine di questa festa:

    L’episodio che ha ispirato la data nella quale celebriamo in Italia e in altri paesi del mondo la Festa dei Lavoratori, avvenne negli Usa, a Chicago il 1° maggio del 1886.


    Quel giorno si teneva uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti.

    Con lo sciopero gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro.
    A metà Ottocento lavorare anche 16 ore al giorno rientrava nella normalità.


    La “sicurezza” era una parola sconosciuta.
    Le morti sul lavoro erano la normalità.

    La manifestazione andò avanti per tre giorni e il 4 maggio culminò con una e propria vera battaglia tra i lavoratori in sciopero e la polizia di Chicago.

    Le ricostruzioni delle vicende non sono chiare.
    Anche se per i fatti accaduti furono condannati alla pena di morte 8 anarchici .


    La versione ufficiale parla di una bomba, costruita con la dinamite, che uccise diversi poliziotti, forse 6, e ne ferì più di una cinquantina.
    Questo scatenò la risposta della polizia che aprí il fuoco sui manifestanti, causando una vera e propria strage.

    Tre anni dopo. Il 20 luglio del 1889, la Seconda Internazionale riunita nel primo congresso a Parigi,

    decretò la nascita della Festa dei Lavoratori con una grande manifestazione per chiedere la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore.

    Si decise il Primo Maggio proprio per onorare i morti di Chicago del 1886.

  • LA MORTE DELLA MENTALITÀ DEL PROFITTO

    Autore: Acciaio

    Immagine gratuita di banconote, budget, commercio, contabilità

    La mentalità capitalista è una: trarre profitto da qualsiasi cosa.

    Questa mentalità egoista porta solamente allo sgretolamento ed alienazione degli ultimi della società; chi ha la possibilità di sfruttare sfrutta, mentre gli sfruttati sono condannati ad una vita di difficoltà e stenti.

    Con questa mentalità egoista, lo Stato borghese e capitalista sarà sempre composto da un ammasso di individualità che spingono ognuno verso direzioni differenti.

    L’unica classe che può “ribaltare il tavolo” è quella degli sfruttati.

    Estirpando la logica del profitto, tutti i lavoratori diverrebbero dipendenti dello Stato, il plusvalore preso dal loro lavoro andrebbe a finire….AI CITTADINI STESSI, POICHÉ LO STATO SIAMO NOI!

    Il plusvalore, invece che essere sperperato in vizi o (peggio) inviato in qualche paradiso fiscale, sarebbe utilizzato per migliorare lo Stato sociale (istruzione, sanità ecc…)

    Inoltre il popolo lavorerebbe con un rinnovato spirito innovativo poiché lo farebbe meglio e con un profondo senso di orgoglio: IL LAVORO DEL POPOLO SERVIREBBE REALMENTE A MIGLIORARE IN MODO EQUO LA SOCIETÀ.

    Vi faccio un esempio:

    SE NEL LUOGO DOVE LAVORO SCOPRISSI UN METODO PER MIGLIORARE LA PRODUTTIVITÀ, E LA MIA AZIENDA FOSSE STATALE, NON CHIEDEREI NEMMENO UNA LIRA PERCHÉ LA MIA INVENZIONE/METODO ANDREBBE A SERVIZIO DELLO STATO (OVVERO NOI) E NON DEL PADRONE!

    W I LAVORATORI

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  • La Sanità in Italia: Ieri e Oggi
    Medici a lavoro durante l’emergenza COVID

    Dopo anni di abbandono anche dal punto di vista mediatico,
    oggi in tempi di COVID la nostra Sanità é tornata alla ribalta,
    pochi sanno quanto ci sia costato arrivare ad un Sistema Sanitario Nazionale universale e gratuito (o quasi dopo l’ultimo ventennio … ma questa è un’altra storia).

    Sicuramente pochissimi o addirittura nessuno conosce la storia che ci ha portati all’odierno Sistema Sanitario Nazionale.

    Oggi vogliamo raccontarvi due passaggi per noi fondamentali.
    Dal più recente ovvero l’ultimo passo importante inteso come ultimo vero miglioramento al più antico.

    Tina Anselmi

    23 dicembre 1978. Nasce il Servizio Sanitario Nazionale cosi come lo conoscevano i nostri padri, universale e gratuito.
    La sua nascita avviene attraverso la legge 833 del 23 dicembre 1978, a prima firma del ministro Tina Anselmi (alias Gabriella, staffetta partigiana).
    Proprio a Lei dobbiamo essere grati ( tra le altre cose), se quello allora costruito ed oggi ancora rimasto in piedi ci sta permettendo di sconfiggere questo temibile virus causa del COVID-19.

    San Leucio

    1789. A S. Leucio in provincia di Caserta nasce il primo esempio di Sistema Sanitario universale.
    La comunità nasce solo dieci anni prima,
    ma nel novembre del 1789 con la pubblicazione del Codice di S.Leucio , fortemente di carattere egalitario, veniva istituito anche un sistema di trattamento socio-assistenziale uguale per tutti.

    Considerando per la prima volta la salute pubblica come un bene da preservare e curare, attraverso l’istituzione di procedure controllate e in luoghi dedicati a ciò , i progenitori dei nostri odierni ospedali.
    Accessibili a tutti.

  • UN CATEGORICO NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA

    Autore: Acciaio

    Lavoro e libertà si oppone fermamente a qualsiasi tipo di guerra imperialista!

    In qualsiasi conflitto, nel corso della storia, si sono trovate le scuse più disparate per manovrare l’opinione pubblica al fine di farne accettare i sacrifici e le conseguenze.

    Una sola cosa è certa:

    GLI UNICI A RIMETTERCI SONO SEMPRE I LAVORATORI!

    Durante le guerre mondiali e conflitti tra Stati nazionali padroni e banchieri (dei paesi capitalisti) si arricchivano producendo armi, rifornimenti, finanziando Stati ecc… mentre al fronte milioni di contadini e operai erano carne da cannone.

    Fratelli lavoratori si massacravano esclusivamente per la sete di potere di pochi potenti.

    Nel fronte interno, invece, milioni di uomini e donne lavoravano allo sfinimento per rifornire di viveri e armi i disgraziati mandati al fronte.

    Nelle guerre attuali migliaia di nostri soldati vengono mandati a morire in ogni angolo del mondo con la scusa del “peacekeeping”, mentre nella realtà dei fatti sono inviati per difendere gli interessi dei plutocrati.

    Nel 2019 le missioni all’estero ci sono costate poco più di 1 miliardo di €; le spese militari italiane per la NATO invece ammontano, dato 2016, a circa 20 miliardi di €.

    Anche nelle missioni italiane all’estero sono i lavoratori a rimetterci; tutti questi miliardi di € potrebbero essere spesi in sanità, istruzione, politiche per aumentare i posti di lavoro, pensioni, sostegno ai disabili ecc… Ed invece vengono utilizzati per finanziare la guerra imperialista.

    NO ALLA GUERRA! NO ALLE MISSIONI ESTERE!

    W I LAVORATORI!

    Fonti per acquisizione dati spese militari e costo annuo Nato:

    (//www.dirittiglobali.it/2019/06/nel-2019-oltre-un-miliardo-per-le-missioni-militari-allestero-spiccioli-per-la-cooperazione/) (https://www.fronteampio.it/nato-allitalia-costa-20-miliardi-lanno-meglio-uscirne/)

  • LO SQUILIBRIO DELLA RICCHEZZA ITALIANA

    Autore: Acciaio

    La crisi economica, oltre che ridimensionare pesantemente i diritti dei lavoratori (acquisiti nel corso degli anni attraverso dure lotte), ha causato un grave problema: ha aumentato le diseguaglianze tra ricchi e poveri.

    Nel 2019 (fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/l-italia-disuguaglianze-3-miliardari-piu-ricchi-6-milioni-poveri-ACIWc4CB)

    Il 20% più ricco degli italiani deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, il successivo 20% deteneva il 16,9% del patrimonio nazionale mentre il restante 60% più povero deteneva solo il 13,3% della ricchezza.

    Addirittura l’1% più ricco della popolazione deteneva la stessa ricchezza del 70% della popolazione più povera!

    Per farvi capire: le 600mila persone più ricche detengono la stessa ricchezza dei 42milioni italiani più poveri!

    E questa differenza continua ad aumentare…

    Noi di “Lavoro e libertà” siamo assolutamente schifati da questa situazione; abbiamo milioni di italiani che vivono nell’umiliazione e faticano come schiavi per guadagnarsi il pane, mentre dall’altra parte poche centinaia di migliaia di persone vivono nel lusso e nella ricchezza.

    Le persone più ricche nella grande maggioranza dei casi sono imprenditori, manager oppure operatori della finanza; vi dirò una cosa importante: SIAMO NOI A MANTENERE IL LORO LUSSO!

    Qualsiasi tipo di lavoro salariato è sfruttamento, il guadagno dell’imprenditore dipende esclusivamente dallo sfruttamento dei lavoratori… Non lo dico io, ma Karl Marx ne “Il capitale”!

    Abbiamo sempre più persone che lavorano con salari da fame, senza diritti, con contratti vergognosi…e intanto i capitalisti ingrassano…

    La nostra soluzione è semplice: esproprio con conseguente nazionalizzazione delle imprese produttive e redistribuzione della ricchezza nazionale in maniera equa a tutti i cittadini!

    Abbiamo sacrificato la nostra vita, i nostri sogni, le nostre aspirazioni, abbiamo negato un regalo a nostro figlio per cosa? Solamente per arricchire poche altre persone…. È ORA DI RIPRENDERCI CIÒ CHE È NOSTRO!

    W I LAVORATORI


  • SOLIDARIETA TRA I LAVORATORI: INSIEME SIAMO FORTI

    Autore: Acciaio

    Maggi Giovanni—foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

    I lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi, i commercianti, i disoccupati, e i pensionati rappresentano la parte più numerosa ed allo stesso tempo mediamente più povera della popolazione.

    La differenza sostanziale tra i ricchi e i poveri è una: la coscienza di classe.

    La coscienza di classe è generalmente la consapevolezza di essere inseriti in una determinata classe sociale, che ha obiettivi diversi e diametralmente opposti all’altra.

    Mentre imprenditori, grandi manager e finanzieri di ogni sorta hanno linee comuni di azione e di pensiero, le classi subalterne sono invece divise e astiose tra loro.

    Secondo l’antica formula del “divide et impera” (dividi e conquista), capirete bene come alle classi dominanti convenga che la lotta avvenga per via orizzontale (guerra tra poveri) e non in via verticale (sfruttati contro sfruttatori).

    Una regola fondamentale che ha sempre guidato i rapporti di forza nel corso dei secoli è questa: il potere risiede dove gli uomini credono che risieda.

    Fino a che noi lavoratori non saremo tutti uniti nel far valere i nostri diritti, saremo sempre schiacciati dall’ingordigia del capitale; se saremo capaci di unirci potremo invertire il corso della storia riacquisendo i diritti sociali e lavorativi che ci sono sempre stati negati da una società basata su un modello di sviluppo folle: quello del profitto a discapito della dignità umana.

    Noi non chiediamo l’impossibile; chiediamo una nuova società che ripudi il mero profitto individuale e che metta al centro la persona.

    W I LAVORATORI!


  • IMMIGRAZIONE: LA REALTÀ DEI FATTI

    Autore: Acciaio

    L’immigrazione è un tema che colpisce la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica: da una parte troviamo coloro che la difendono a spada tratta affermando che gli immigrati sono una risorsa economico-sociale (sinistra radical-chic e liberisti), mentre dall’altra troviamo gli oppositori che ritengono gli immigrati come una massa di persone che viene a “rubare il lavoro” ai lavoratori autoctoni (sovranisti).

    Dove sta la verità?

    Partiamo da un presupposto: gli immigrati sono una risorsa….per i padroni!

    Gli immigrati costituiscono ed alimentano l’esercito industriale di riserva: ovvero una massa di disoccupati che farebbe qualsiasi cosa per poter lavorare. La concorrenza tra lavoratori e disoccupati spinge i salari verso il basso avvantaggiando esclusivamente la classe padronale.

    Secondo voi ai padroni ed alla sinistra radical-chic (svenduta al capitale, di cui interessano solo i diritti civili), interessa qualcosa di noi lavoratori?

    I sovranisti (aldilà dell’aspetto del razzismo che può essere presente) ripudiano l’immigrazione fregandosene però delle cause che spingono milioni di uomini a lasciare le proprie case per cercare un futuro migliore qui nel mondo occidentale. Sappiamo benissimo che i paesi sviluppati depredano le risorse dei paesi poveri tranciando quindi sul nascere il germoglio dello sviluppo. Se siete i primi a sfruttare, non lamentatevi quando altri sfruttano voi…

    Noi di “Lavoro e libertà” ci opponiamo fermamente all’immigrazione clandestina ma allo stesso tempo riteniamo che i paesi occidentali debbano smetterla di sfruttare le risorse dei paesi poveri. 

    Con la creazione di ricchezza nei paesi poveri, si avrà conseguentemente un fortissimo aumento di posti di lavoro che farà sì che i potenziali migranti trovino lavoro, dignità e felicità nella loro terra natia. 

    LO SFRUTTAMENTO NON DEVE ESISTERE NÉ TRA PERSONE NÉ TRA STATI.

    W I LAVORATORI!