INVISIBILE PRIMA, INVISIBILE DOPO

7 Maggio 2020 Off di voyager

di Monica Marelli

All’inizio furono parenti e conoscenti.
Sui loro visi un sorrisetto incerto, dalla loro bocca usciva la solita frase: Ma lo fai per hobby, vero?

Fare la giornalista freelance appariva ai loro occhi soltanto un piacevole passatempo. Forse non avevano tutti i torti:

  • non andavo in ufficio: il mio studio, il mio computer, quello che oggi fa tanto figo chiamare smartworking, noi freelance lo facevamo da anni.
  • non avevo un solo “capo” da sopportare: ne avevo tanti.
    Redattori ordinari, capiservizio, caporedattori, vice di qua, vice di là, direttore, super direttore…
    Tutta gente che poteva decidere la vita e la morte di una mia idea o di un mio articolo.
  • Non avevo un contratto: mandavo le proposte con scalette al giornale (settimanale o mensile…non ho mai lavorato per quotidiani) e se l’idea veniva giudicata buona, allora potevo scrivere l’articolo.
  • Non avevo uno stipendio: ero pagata a pezzo pubblicato.
  • Non avevo orario dalle 9 alle 17: lavoravo sempre, anche la domenica, anche nei giorni di festa perché erano gli anni Novanta e poi i favolosi Duemila, quando le edicole scoppiavano di testate e tutti si divertivano a leggere e noi eravamo pieni di lavoro. Ma non dovevo chiedere il permesso di andare dal dentista a nessuno.
  • Non avevo malattia pagata: lavoravo anche con la febbre perché dovevo consegnare il pezzo.
  • Non avevo ferie pagate, ovvio.
    Era in altre parole un lavoro fantasma.

Siamo sempre stati invisibili noi freelance.
E siamo sempre stati meno importanti di chiunque nella gerarchia delle casa editrice.
Chi me lo faceva fare?
La maledetta passione che tutto muove, smuove e costruisce cattedrali nei sogni.

Passione per la divulgazione, per la scrittura, per contribuire in quantità minuscola al mondo dell’informazione.
Era stimolante cercare gli spunti, cercare gli esperti da intervistare, approfondire, ragionare, capire.

Anche se ero consapevole di non aver nessun diritto, nessuna copertura medica, niente. Nuda con le mie idee, mi verrebbe da dire.
Poi un giorno è arrivata la crisi.
Era il 2007, lo ricordo bene perché avevo appena pubblicato il mio secondo libro.

Stava crollando tutto senza che nulla crollasse materialmente.
Lentamente, molto lentamente stavo perdendo il lavoro.

  • Iniziarono a chiudere alcune testate, una ogni tanto, senza rumore.
  • Iniziarono a ridurre la filiazione delle tratte che resistevano perché la pubblicità migrava sul web
  • Iniziarono a non rispondere più dall’altra parte:
    chi lavorava nelle redazioni, al sicuro, cominciò a ignorare le nostre mail con le proposte.

Noi freelance stavamo diventando inutili perché la direttiva arrivava dall’alto: gli editori hanno cominciato a chiedere alle redazioni di “usarci” con parsimonia.

Basta collaboratori esterni, d’ora in poi i giornalisti assunti avrebbero scritto i pezzi.

Perché bisognava tagliare i costi.
Noi eravamo il costo.

Non gli stipendi strabordanti di direttori e affini, non i costi esagerati della distribuzione o gli affitti dei palazzi lussuosi per le redazioni, non le migliaia di euro per portare una modella e tutto lo staff a New York, per fare foto in un una stanza buia che poteva essere la mia cantina.
Eh no, il costo eravamo noi.

Prima quella di via Rizzoli, poi l’altra grande casa editrice di Segrate, che una volta pubblicava cose bellissime, era una colonna portante della cultura in Italia, decide di disfarsi dei periodici cartacei.

Tanto non li legge più nessuno. Tanto la gente sta sul web.
Così con una bella svendita, ci si disfa delle palle al piede.


Aiutati poi botta di fortuna: il coronavirus. Quale scusa migliore per chiudere, licenziare, sospendere le pubblicazioni di carta? Alcune testate escono ancora, alcune non usciranno più.


Moltissimi giornalisti assunti sono in cassa integrazione, i giornalisti freelance muoiono in silenzio, qua fuori, senza nulla.


Anche in punto di morte, rimaniamo invisibili, scarti da buttare, lavoratori di serie C.
Ma quello che stiamo perdendo, non è grave agli occhi (ciechi) del sistema economico: la nostra capacità di acquisto è misera e trascurabile.


Di noi ci si può tranquillamente infischiare: non abbiamo mai guadagnato abbastanza per fare girare l’economia in modo decente.


Quello che dovrebbe seriamente preoccupare invece è che senza giornali cartacei stiamo andando dritti dritti verso l’incubo immaginato da George Orwell nel romanzo 1984.
Vi ricordate che lavoro faceva il protagonista Winston Smith?
Aveva il compito di controllare e revisionare ogni pagina di giornale per modificare la Storia e adattare i fatti al regime.


Riuscite a immaginare quanto in realtà sarà facile modificare gli eventi o le notizie virtuali? Sta già accadendo una cosa simile: un notizia può non apparire più o apparire in fondo dopo tante pagine del motore di ricerca se qualcuno decide che quella notizia sia meglio sparisca o si perda nei meandri del web.


Io perso il lavoro, non sono nessuno. Ma tutti noi stiamo perdendo qualcosa di molto, molto più importante.
E per quanto mi riguarda, forse avevano ragione i miei parenti: doveva restare un hobby.