I DIRITTI DEI RIDERS

1 Maggio 2020 Off di Franco D'Enelli Teosa

Nel luglio del 2019, il politecnico di Milano ha pubblicato un rapporto sulla crescita del food delivery nel nostro Paese,
segnalando un incremento del 56% del settore, con un fatturato di 566 milioni di euro.

Un dato sicuramente destinato ad aumentare anche a causa dell’attuale pandemia che coinvolge il nostro paese,
e che suggerisce a molte persone di ricorrere alla spesa a domicilio o, appunto, al food delivery .

Matteo Sarzana, general manager di Deliveroo in Italia, tra i principali player del settore, in un’intervista del febbraio di quest’anno, poco prima dell’inizio della pandemia, affermava che “al ritmo di crescita attuale, il valore del settore nel 2020 sarà di 900 milioni e nel 2021 di 1,45 miliardi di euro”.

Solo Deliveroo si avvale della collaborazione di circa 8500 riders, numero che a settembre 2018 ammontava a 4000, registrando quindi un aumento vertiginoso in soli due anni e mezzo.

Le proporzioni del fenomeno sono dunque evidenti, così come le stime di crescita.

Le condizioni lavorative di questi fattorini sono, come ormai è pacifico, ai limiti dello sfruttamento.

Il problema è sorto con la sentenza Foodora, nel 2018, nella quale alcuni riders avevano citato in giudizio il gigante del food delivery, per ottenere lo status di lavoratori dipendenti, contratto al quale tuttora non possono accedere.

La sentenza si risolse in una vergognosa negazione di quello che è il dato di fatto, e la corte dichiarò che i riders erano da considerarsi lavoratori autonomi, e il contratto tipo da applicare corrispondeva al co.co.co, contrattato a collaborazione coordinata e continuativa.

Senza soffermarsi sulle questioni giuridiche, di fatto ciò che comporta questa classificazione riduce le tutele dei lavoratori che prestano servizio presso grandi compagnie come Foodora, Deliveroo, Just Eat e via dicendo, in modo decisivo.

I riders non hanno infatti diritto all’assenza per malattia, alle ferie, sono pagati spesso a cottimo (per il numero di consegne che effettuano), e non con paga oraria, sono sottoposti a geo-localizzazione e devono subire un sistema di ranking, costituito dai voti degli utenti della piattaforma, che li penalizza o li valorizza in base alla loro velocità di consegna.
Risultato?

Diversi morti e feriti, che tentavano di viaggiare più veloci sulle loro biciclette per essere meglio valutati, e poter lavorare di più.

Questi lavoratori sono considerati imprenditori dal sistema, e in quanto tali devono procurarsi la bicicletta per conto proprio, senza che venga fornita dall’azienda.


Questa inaccettabile situazione è stata mitigata dalla corte d’appello di Torino, che nel 2019 ha decretato una terza figura di lavoratore autonomo,
assimilato nelle tutele al lavoratore subordinato, o dipendente che dirsi voglia, una specie di via di mezzo tra autonomia e subordinazione.


Il governo attuale ha quindi predisposto alcuni correttivi: un decreto nel novembre 2019 ha garantito alcune tutele minime:


Aggiunge all’art. 2 comma 1 D. Lgs. 81/2015 (che stabilisce l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato a quelle collaborazioni continuative esclusivamente personali, le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro)
un periodo il quale specifica che la norma si applica “anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme anche digitali”.

La riforma sul punto sembra riprendere la soluzione sull’inquadramento dei ciclofattorini adottata dalla Corte di Appello di Torino nella vertenza
Foodora, ma la norma non si rivolge ai soli rider, bensì a tutti i lavoratori autonomi il cui lavoro viene organizzato tramite piattaforme anche digitali.

Ciò premesso, l’art. 47 bis stabilisce che il compenso di tali lavoratori potrà essere determinato anche (e dunque, non esclusivamente) tramite la contrattazione collettiva, la quale, in assenza di specificazioni,
potrà essere anche di livello aziendale e che potrà definire “schemi retributivi modulari e incentivanti, tenendo conto delle modalità di esecuzione della prestazione e dei diversi modelli organizzativi”.

Si stabiliscono due principi: il compenso, fissato individualmente o tramite contrattazione collettiva, potrà essere determinato in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente
(e dunque, par di capire, non superiore al 50%) e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che per ciascuna ora lavorativa il lavoratore accetti almeno una chiamata.

Trattasi di una regolamentazione molto ampia, che i lavoratori e i sindacati saranno chiamati a migliorare con l’attività di contrattazione.


A sua volta, l’art. 47 ter garantirà a questi lavoratori la copertura assicurativa Inail, con l’obbligo per l’azienda che si avvale della piattaforma
anche digitale di provvedere agli adempimenti previsti dalla relativa
normativa antinfortunistica e al rispetto a propria cura e spese del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro (D. Lgs. n. 81/2008).

Tale ultima previsione è parecchio incisiva, perché comporterà l’obbligo per le aziende di effettuare la valutazione dei rischi,
di fornire ai lavoratori i dispositivi di protezione individuale, di informare e formare i lavoratori e sottoporli a sorveglianza sanitaria.

Già da Novembre, le piattaforme devono garantire la fornitura ai propri riders degli ormai famosi DPI (Dispositivi di Protezione individuale).

Parliamo di caschi per bici e moto, guanti, scarpe anti-infortunistiche eccetera, che le piattaforme non hanno mai messo a disposizione,
ma che, paradossalmente, stanno vendendo attraverso i loro store.


Come se non bastasse, il lockdown di questi mesi non ha fermato l’attività di Food-delivery, che anzi è considerata essenziale,
e le aziende non hanno consegnato, nonostante alcuni tribunali le abbiano condannate a provvedere (Con decreto del 1° aprile 2020 il Tribunale di Firenze),
le necessarie mascherine e gel igienizzanti, fondamentali per lavorare in sicurezza.

In conclusione, e ancora di più in una giornata come quella di oggi, la festa dei lavoratori,
è necessario ribadire ancora una volta che queste disuguaglianze vengano immediatamente corrette,
che ai riders sia garantita una paga minima oraria, i diritti di base,
e soprattutto la possibilità di lavorare in sicurezza, come ogni lavoratore di questo paese merita ed esige.